Vince i premi del Pubblico e della Giuria Artistica la compagnia C&C company con lo spettacolo Beast without beauty.

La Commissione costituita dalla Giuria Artistica e dalla Giuria Critica si è riunita e dopo una lunga e animata discussione ha deciso di attribuire il riconoscimento al lavoro più completo e più maturo. Per aver al meglio interpretato e tradotto scenicamente il tema del gioco del potere, con un linguaggio articolato e limpido, grande densità di riferimenti culturali leggibili da ogni tipo di pubblico e un pieno sviluppo di tutte le possibilità espressive, il Premio Crashtest Festival 2018 viene assegnato allo spettacolo "Beast without Beauty" di C&C company. La Commissione ritiene inoltre di segnalare espressamente la capacità culturale manifestata dalla Compagnia, che intende ampliare il progetto con il coinvolgimento di altri artisti e forme quali scultura e fotografia, utilizzando il tea-tro in modo proattivo.

 

regia e drammaturgia Sofia Bolognini
musiche originali e aiuto regia Dario Costa
con Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Daniele Tagliaferri, Andrea Zatti
coaching Andrea Pangallo
ricerca sociale Daniele Panaroni
organizzazione Anna Ida Cortese

 

 

<Il futuro che vorresti. Si, il futuro. Nel senso, per quello che sei ora, come ti vedi nel futuro? Ah, ho capito. E cosa sei disposto a fare? Voglio dire, chiunque metterebbe un cappotto verde di struzzo se il giorno dopo tutti comprano quel cappotto verde di struzzo. Non chiunque, certo – ma si! -, a te non ti dona, non ti ci vedi dentro… e allora in che cosa? Si, ho capito, ma non vuoi lavorare? Intendo dire, lascia stare queste menate, non sei più un bambino, non si gioca, non ci si diverte, non ci si copre e si riscopre, non c’è un rito, non c’è il collettivo, non c’è niente da dire – a chi, poi? -: è tutto passato, lascialo andare, stai nel presente che almeno guadagna. Tu vuoi lavorare, in teatro. Ecco, bravo. E allora: cosa sei disposto a fare? …per
essere te stesso... Tutto, si? Anche morire, bene! È ciò che cercavo. Fammi vedere! Fammi vedere che cosa sai fare. Cambia registro, sii più attuale. Comincia a farti notare, fai il cane. Il verme. Il maiale. …il male. La sete. Il potere.>
E a quel comando si toglie il costume, scende dal palco. E si siede in poltrona.

ELENA ZETA | Giuria

 

In St(r)AGE il pubblico è il vero destinatario dell'azione scenica, perché come ci ha insegnato più volte la storia, le rivoluzioni partono dalle masse e i pensieri più profondi sono quelli di pancia che arrivano diretti al cuore. Strage è una domanda a cui stavolta tocca rispondere. Due possibilità e una sola responsabilità che riguarda tutti, nessuno escluso.

MARTINA COLUCCI | Giuria

 

“St(r)age” è uno spettacolo con Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Daniele Tagliaferri e Andrea Zatti, per la regia e drammaturgia di Sofia Bolognini. Alla base del lavoro della compagnia “bologninicosta” c’è un progetto di ricerca sociale, con interviste con giovani attori e registi i cui dati raccolti sono stati sintetizzati in questo allestimento performativo mediante una storia inventata. Si mostra, con un linguaggio senza sconti (forse troppo hardcore) il lato
peggiore del “dietro le quinte” dell’ambiente teatrale, nella gavetta, spesso umiliante, nella smaniosa ricerca di un posto di lavoro e di una speranza, con personaggi addolorati, confusi ed isolati. Ne esce una immagine di questo contesto teatrale, ben lontana dall’ideale trionfo di arte e bellezza, ma, di gran lunga, più simile ad un ring dove prevalgono la violenza, le offese, le aggressioni. Il rischio di un (seppur finto) suicidio di massa c’è, in un momento di alta tensione, con tanto di attori schierati davanti alla platea a fine spettacolo, con una pistola giocattolo in mano e un timer per il conto alla rovescia proiettato sullo schermo. Due persone del pubblico si alzano e invitano i protagonisti a deporre le armi. Il teatro, nel senso più alto, non può e non deve morire.

LAURA GUARDUCCI | Giuria

 

Quattro attori sulla scena, due piani narrativi paralleli, un unico dispositivo drammaturgico: ST(r)AGE di bologninicosta. La ricerca artistica di Sofia Bolognini, regista e drammaturga, insieme al sound designer e ricercatore sociale Dario Costa, associa il modus operandi proprio delle scienze sociologiche allo studio delle arti performative in una sinestesia scenica al cui centro vi sono le dinamiche sociali e personali dei lavoratori e delle lavoratrici che vivono nell’instabilità giuridica, economica ed emotiva all’interno – o all’inferno – del mondo dello spettacolo dal vivo. La narrazione delle parabole esistenziali dei personaggi archetipici, o attori sociali, delineati nello spettacolo per le vesti attoriali di Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Andrea Zatti e Daniele Tagliaferri, confluiscono in un allestimento scenico dall’alto coefficiente di sperimentazione artistica, che prima lacera e annienta ogni parvenza d’umanità e infine offre al pubblico la possibilità di decidere della possibile rinascita o della definitiva morte del Teatro.

EDOARDO BORZI | Giuria

 

 

creazione originale Carlo Massari
con Carlo Massari, Emanuele Rosa, Giuseppina Randi

 

Nel nuovo spettacolo Beast without beauty ritornano i temi costitutivi dell’estetica di C&C company attraverso la costante dialettica fra i corpi come pratica di scrittura drammaturgica e l’arte scenica del performer come conoscenza di sé e portatrice di una memoria collettiva. Il linguaggio adottato da Carlo Massari si offre a un doppio uso, dando la possibilità di lavorare per astrazioni e nello stesso tempo permettendo di fare ricorso a frammenti della cultura artistica europea, dalle composizioni di Wagner ai testi di Brecht e di Beckett, come segni eterocliti da inserire nella complessità dell’opera. Nel duello scenico, in cui vi è in palio l’affermazione di un ruolo, di un’identità e in generale la sopravvivenza degli individui, Carlo Massari ed Emanuele Rosa plasmano e reificano il tema del potere dando vita a un evento teatrale come un momento dove attori e spettatori, riconoscendosi nella spaventosa ferinità dell’essere umano, partecipano ad un vitale processo comunitario di apprendimento.

EDOARDO BORZI | Giuria

 

La crudeltà nelle relazioni e meccanismi di potere, legata al tema “Domino” scelto per la settima edizione di Crash Test al Palalido a Valdagno, è stata sviluppata dalla bresciana C&C company attraverso la danza. In “Beast without beauty” (“bestia senza bellezza”) i danzatori e performer Carlo Massari ed Emanuele Rosa, sotto lo sguardo del personaggio osservatore , immobile ma presente, di Giuseppina Randi, riescono completamente, con i loro movimenti, sguardi ed effetti sonori, nell’intento di rappresentare la violenza borghese, dove, nella rincorsa per un ruolo di prestigio sociale, tutti lottano contro tutti e dilaga un perverso desiderio di possesso sessuale. L’unico deterrente al non aggredire l’altro è, in un ambiente dove regnano l’apparenza e la finta buona educazione, il timore superficiale di non sbavarsi il trucco o rovinarsi la messa in piega. Ed ecco, quindi, che anziché a colpi di coltello, la guerra nascosta e repressa, fino all’implosione finale, si gioca a colpi di cinismo, meschinità ed opportunismo.

LAURA GUARDUCCI | Giuria

 

Un’ombra. Un’ombra luminosa danza nel mattino. Un cervo. Meraviglioso cervo selvaggio, creatura mitica e sacra, creatura nobile simbolo di bellezza. Io ti voglio. Imbraccio il fucile: BOOM! BOOM! BOOM! Un cervo. Meraviglioso cervo imbalsamato, testa regale e ornamentale, trofeo prestigioso simbolo di sacralità. Resta con me, lasciami far danzare il tuo cadavere per farmi compagnia, resuscita e amami, fammi toccare i tuoi lunghi capelli biondi, fammi vedere che mi ami, con la tua pelle bianca, e che sei vero e che sei mio – nobile, sacro cervo estinto! Lei ci guarda. Ci guarda e festeggia immobile, non un fremito, non un gemito. Io posso far vivere uccidendo, lo vedi? Io posso. Io posso e io posso. E lo voglio dire a tutti che io posso. Io posso e lo dirò a tutti che io posso e che solo l’imprevisto può interferire, mi può guidare, mi può dialogare e, per un momento, destabilizzare. È solo un momento, non preoccuparti, fidati di me, anche se la parrucca è caduta, i baffi saltati, vieni con me, e dillo con me che io posso – tu puoi con me, dai! -, tanto lei non ci guarda,
tanto lei non parla, congratuliamoci, sacralizziamoci, tanto lei… TOC! No. No che non si è mossa. Tu l’hai vista? E allora, no. Non è successo niente. Brindiamo.

ELENA ZETA | Giuria

 

In "Beast without beauty" della C&C company si racconta di come il potere senza un debole non può esserci e questo leit motiv ci viene ricordato in ogni sequenza della performance. Un abbraccio ed un bacio si possono trasformare in una stretta di mano di convenienza. La fluidità dei movimenti e l'espressività dei performer arricchiscono e completano lo spettacolo. La risata di una bambina in sala ci ricorda quali sono le priorità della vita di ciascuno. E forse, ha capito più lei dello spettacolo, che noi adulti.

MARTINA COLUCCI | Giuria

 

 

 

MACBETH
aut Idola Theatri

da W. Shakespeare

con Dalila Cozzolino
drammaturgia e regia Dalila Cozzolino
aiuto regia Rachele Minelli
luci e suono Giacomo Cursi

produzione Compagnia Ragli
co-produzione Sala Romateatri

 

Nel monologo “Macbeth”, Dalila Cozzolino della romana Compagnia Ragli padroneggia il palco e cattura l’attenzione del pubblico, a cominciare dalla gradevole impostazione della voce e dalla cura della dizione. L’attrice convince per la spiccata capacità di portare in scena, con abilità tecnica e forza comunicativa, una versione, tutta interiore, della tragedia di William Shakespeare. Momento dopo momento, attraversa, quindi, quasi in un viaggio psicologico, gli stati di coscienza di Macbeth, in un mondo fatto di visioni. Facendo perno sulla battuta fondamentale “Salute a te, che un giorno sarai re”, Cozzolino fa capire come una frase possa rivoluzionare una vita e sa rendere manifesto l’immenso potere creativo di questo personaggio dalle mille sfaccettature, nella sua libertà spaventosa di immaginare, che diventa, però, anche pericolosa solitudine. Raffinata la scelta delle musiche, solo apparentemente a contrasto con il contesto, che accentuano i diversi stati emotivi del personaggio. Risultano d’effetto i giochi di luce, che aumentano l’intensità della rappresentazione, che si dimostra, nella sua interezza, di alto livello, nel far “sentire oltre il sentire, vedere e mostrare ciò che non c’è”.

LAURA GUARDUCCI | Giuria

 

Partendo dal capolavoro shakespeariano, la Compagnia Ragli porta in scena uno studio intorno all’opera di Francis Bacon “Novum Organum”, in cui è presente il concetto di idola theatri, descritto come la facoltà di immaginare dei mondi fittizi da palcoscenico, una possibilità di vedere la realtà come intrisa di presagi, scopi e fini. Lo spettacolo, imperniato sulle notevoli abilità di Dalila Cozzolino – attrice e regista della pièce – si avvale di un apparato scenico immaginifico, valorizzato dal disegno luci di Giacomo Cursi, in cui ogni elemento è funzionale al racconto di una dimensione altra dove la tragedia si è già consumata, dei personaggi del Macbeth rimangono solo elmi appesi a un esile filo e brandelli di versi sparsi. Una battaglia sanguinaria per l’ascesa sul trono o per la conquista della scena da abitare col proprio corpo e la propria voce come i re, come gli attori.

 

EDOARDO BORZI | Giuria

 

Che potere ha un attore sul palcoscenico? E che potere ha un uomo sulla sua vita? Maschere e fantasmi, incedere di passi, tanto fascino e magnetismo dell'attrice Dalila Cozzolino in "Macbeth - aut idola teatri" per raccontare un mestiere e una vita in costante conflitto con il potere e la responsabilità delle proprie azioni, in scena e nella vita. 

MARTINA COLUCCI | Giuria

 

Come una nuvola, un’Amleta nella tempesta che impazza, la strapazza nelle storie, nei personaggi, tra gli elmi di spiriti lontani, a corte – a corte! -, nei boschi, all’inferno – che fa un freddo cane in quest’inferno -; tra sguardi che la fulminano, eventi che la sospingono, desideri la fanno turbinare tra gli elementi di una tragedia già scritta, già fatta, già re-citata: è precipitata nel potere. “Salute a te, che un giorno sarai re”. La strega si morde la lingua, e Amleta si sguinzaglia la vita. E chissà della vita cosa capisce, cosa può afferrare?
Niente, nessuna goccia d’acqua ti resta in mano di questo fiume in piena, si può solo cavalcare, lasciarsi portare cercando di rimanere in sella. Scalcia la vita dentro di lei, scalcia la realtà sotto i suoi piedi, la brucia, la respinge. Chiede il conto, ma quale prezzo può mai avere un’esistenza? Amore – amore mio! -, la bellezza, la giustizia, l’infallibilità, la sensatezza, sono solo camere ammuffite di un albergo dai prezzi gonfiati.

ELENA ZETA | Giuria

 

 

 

 

di e con Elisabetta Granara, Giancarlo Mariottini, Sara Sorrentino, Carlo Strazza
Compagnia SNC GranaraMariottiniSorrentinoStrazza
in collaborazione con Il Gruppo di Teatro Campestre

 

Una struttura drammaturgica circolare, semplice ma diretta al punto. "Proclami alla nazione" della Snc Granata, Mariottini Sorrentino Strazza ecc. racconta la contingente necessità di far luce sul significato delle parole, il loro uso e di quanto oggi il contenitore sia più importante del contenuto. E ci riesce.

MARTINA COLUCCI | Giuria

 

I cani. I cani? I cani… i cani! I… cani. I cani…!
In quanti modi si può dire una cosa? Ma cosa dire, in qualsiasi modo? Dal nostro pulpito personale sorgiamo dal buio del mondo, e qualcosa la dobbiamo dire. Tutti dicono qualcosa. Ma cosa? Qualcosa.
Canottiere della salute, cibo, italianità, ombrelli, immigrati, kebab, fischi, fiaschi, studi e ricerche, potere, pallone, tornadi, razze, sudore, raffreddore, restiamo italiani. Dentro: il vuoto. Illuminato qua e là dai neon che ci passano sul corpo, avanzano come le parole ci scivolano sulla lingua per essere inghiottite dalle orecchie della folla in attesa. Di cosa? Di qualcosa. Qualcosa, anche di vuoto, ma che sia qualcosa. Meno male, Blondie, meno male che ci sono i cani. I cani? …i cani. I…cani. I cani!
E allora ululiamo tutti insieme.

ELENA ZETA | Giuria

 

Paradossale e grottesca ricostruzione delle pratiche persuasive esercitate dal Potere attraverso la comunicazione: "Proclami alla nazione" rappresenta il tentativo di mettere in scena il progressivo impoverimento del discorso pubblico in favore di una retorica tanto aggressiva quanto povera di significati attraverso l'esplorazione psicologica dell'individuo. In uno spazio scenico incontaminato, la compagnia Snc Granara Mariottini Sorrentino Strazza sfrutta a pieno le capacità comiche dei quattro attori per consegnare al pubblico uno spettacolo brillante che invita a riflettere circa la spaventosa deriva autoreferenziale della prassi politica in cui l’appiattimento dei temi e delle pratiche dialettiche sta conducendo alla paralisi intellettuale della società odierna.

EDOARDO BORZI | Giuria

 

Il lavoro collettivo “Proclami alla nazione” della genovese snc Granara Mariottini Sorrentino Strazza parte con buone intuizioni: esprimere, con chiarezza, il vuoto, la pochezza di contenuti di certi discorsi di politici (genericamente identificati) che, pronunciati solo per affermare la propria autorità, diventano lunghi minuti d’aria fritta, dai quali sembra non esistere via di scampo. Fino a qui tutto bene, il cammino si fa scivoloso, però, man mano che lo spettacolo prosegue e la ripetizione di luoghi comuni, unico modo usato da questi personaggi per comunicare, diventa fin troppo opprimente, con tempi eccessivamente lunghi. C’è sempre la speranza che il disco rotto di queste parole, volutamente senza capo né coda, torni a funzionare, ma, anche nel finale, con un “proclama” su un argomento che sembra interessare davvero il protagonista (i cani), la “redenzione non arriva, lasciando una sensazione decisamente amara.

LAURA GUARDUCCI | Giuria

 

 

 

 

La Giuria Critica della settima edizione di Crashtest è composta da:

 

EDOARDO BORZI - Theatron 2.0

MARTINA COLUCCI - Hystrio

LAURA GUARDUCCI - Il Giornale di Vicenza

ELENA ZETA - SabirFest

 

 

 

 

Vince la sesta edizione di CrashTest Festival la compagnia internazionale Welcome Project con lo spettacolo Intime Fremde.

Ecco la motivazione della giuria:

Per aver saputo toccare i nervi scoperti della convivenza sociale del nostro cupo presente, sollecitando così un interrogativo sulla funzione del teatro oggi, la giuria critica, non senza un'animata ma appassionate discussione, premia il lavoro che più si propone di intercettare il linguaggio di un futuro possibile: Intime Fremde di Welcome Project.

 

Il premio del pubblico invece è stato assegnato allo spettacolo Interrail di FrequenzeAlfa Teatro.

regia Chiara Elisa Rossini
con Aurora Kellermann, Babeth PWoudenberg, Ela Cosen
luci Alessio Papa
una produzione Teatro del Lemming / Tatwerk Performative Forschung

 

 

Intime Fremde si colloca in un altrove fin dalle prime incomprensibili battute. È altro rispetto alla definizione di spettacolo. È altro perché sfrangia l'inizio - agendo lo spazio esterno alla sala con una sorta di prologo della violenza in cui lo spettatore è subito strappato alla sua dimensione convenzionale -. È altro perché invade la zona della realtà in senso fisico e psichico. È altro perché contravviene al gioco dei ruoli. E questa creazione di stati emergenziali in sé destrutturante serve ad affondare nella carne dell'epoca, alludendo al pericolo dell'infrazione di un patto sociale, che è quello che costituisce i nostri stati nazione. Così la provocazione sfocia in una laica comunione culminando nel gesto rituale dello scambio della mano come allusione a più ampie forme d'accoglienza.

SONIA ANTINORI | Presidente di giuria

 

 

Disagio, imbarazzo, smarrimento, paura e forse poi, intimità.
Queste le sensazioni che la compagnia informale e femminile, Welcome Project, vorrebbe trasmettere con il lavoro Intime Fremde.
Un ingresso letteralmente ostico, fatto di comandi, controlli e verifiche, guida lo spettatore alla fruizione di un testo in cui si mescolano le storie dei singoli a quelle di un'umanità costantemente smarrita e sottoposta al giudizio.
Fortemente caratterizzato dagli elementi tipici del Teatro del Lemming che lo produce insieme al Tatwerk Performative Forschung, lo spettacolo è dedicato all'essere estranei gli uni agli altri e fa del teatro, una nazione il cui il pubblico è considerato "lo straniero".
Emerge quanto pericoloso sia costruire relazioni basate sulla diffidenza, la prevaricazione e, soprattutto, sull'insicurezza: "People are strange when you are stranger" intonava Jim Morrison in un noto pezzo dei doors....
Costruendo momenti di intimità e conflitto fra le performers e gli spettatori, il lavoro
fa intravedere l'affresco di un mondo che dimentica di ricordare.
In fondo, un invito a scambiarci un segno di pace.

MIRIAM LAROCCA | Giuria

 

 

L'intimo straniero (Intime Fremde) è il vicino che non conosciamo, di cui diamo per scontato la prossimità in una logica di convivenza sociale fatta di convenienze e "non detti". La compagnia Welcome Project nasce a Berlino e fa della diversità la caratteristica principale del lavoro: la regista Chiara Elisa Rossini, italiana formatasi al Teatro del Lemming, ha concepito Intime fremde come uno scambio culturale scegliendo attrici di diversa provenienza così da innescare un meccanismo di mistificazione teatrale e sociale che verte sulla ricerca di un linguaggio comune. Attingendo ai fantasmi del passato e ponendo interrogativi su un presente che non sembra diverso, questa drammaturgia, piena di spunti originali, seppur nella sua frammentaria natura, chiede allo spettatore di assumere un ruolo e prendere una posizione scuotendoci dalle spalle con forza.

SILVIA MAIURI | Giuria

 

 

"La cittadinanza è uno status che è concesso soltanto a chi è inserito a pieno diritto in una comunità". Scriveva Thomas Marshal. Chiunque si veda negato questo pieno diritto, smette di essere chi è per trasformarsi in ciò che viene percepito. Alieno, corpo reificato, oggetto nient'altro che di sguardi di sospetto e di giudizi tracciati con la spada del disprezzo. Corpi che mani invadenti spogliano della propria individualità. Welcome project, con Intime Fremde, strattona lo spettatore dentro ciò che racconta, identificando ciascuno nelle innumerevoli forme di altro che 4 attrici da diverse parti del mondo possono incarnare. Ogni spettatore può sentire sulla sua pelle il non essere compreso e non comprendere, l'essere straniero. E scoprire tuttavia che la spinta alla relazione può scompaginare le carte. Che l'emozione, che colpisce forte e senza filtri, può cambiare le nostre risposte alle domande che il presente chiama a farci. Perché forse esiste un teatro, ma non più un confine definito fra realtà e finzione.

CHIARA PALUMBO | Giuria

 

 
Intime Fremde è un'indagine coraggiosa sulla concezione dello straniero. Una condizione che riguarda l'intera umanità, poiché si è sempre alla periferia di qualche parte del mondo. Siamo tutti alieni: gli ebrei di ieri, gli immigrati di oggi, gli omosessuali di tutti tempi, le donne verso le quali il giudizio è sempre impietoso. Siamo tutti alieni quando viviamo in un luogo e vorremmo o dovremmo essere altrove. L'alieno è parte della storia delle comunità umane che attraverso il controllo, l'etichettatura, la catalogazione, l'esclusione ne fanno strumento di autodeterminazione e di definizione dell'identità. Le performers di Welcome Project - The foreigner's theatre creano con gli spettatori momenti di identità e di conflitto, trasformando il luogo teatrale in una "nazione" diffidente verso l'estraneo. Intime Fremde scava in un passato doloroso facendo luce su un presente altrettanto cupo e sulle sue pericolosissime derive razziste utilizzando un linguaggio teatrale teso verso il futuro e disegnando i contorni di un teatro necessario.

LAURA TIMPANARO | Giuria

di Salvatore Insana ed Elisa Turco Liveri
con Elisa Turco Liveri
video e immagini Salvatore Insana
suono Achhn, Osvaldo Cibils, Sebastien Bach Pires (RRR)
con il sostegno di Florian Metateatro, ACS - Abruzzo Circuito Spettacolo, Stalker Teatro, L'Estruch

 

 

 

Il lavoro, Perfetto indefinito, (prendendo spunto da una personalità artistica realmente esistita, Claude Cahun), affronta prepotentemente il tema dell'identità individuale, declinandone l'accezione dal punto di vista di genere, ma anche psichico ed esistenziale, attraverso una galleria di immagini che si accendono e si spengono come rivelazioni, visioni oniriche deformi e in disfacimento, tracce e lampi di presenza. Il  pubblico è sollecitato a un gioco intimo tra la seduzione e l'abbandono, rischioso com'è rischioso ogni incontro, il vero gioco d'azzardo.
SONIA ANTINORI | Presidente di giuria

 

 

La più viva, la più fertile delle arti è anche quella più malleabile; una vena da cui si può estrarre un segno carico di senso magmatico, sempre in divenire. Per la sua natura indefinita e inclusiva il teatro si presta a queste sperimentazioni e quella presentata da Dehors Audela a CrashTest Festival 2017, sebbene si tratti di un primo esperimento di ricerca, è convincente e controversa quanto il suo riferimento artistico: la vita e le opere di Claude Cahun, scrittrice fotografa e attrice, omosessuale ebrea vissuta nel primo Novecento. Una figura rappresentativa della crisi del secolo, vittima delle sue idiosincrasie; testimone precoce di una condizione esistenziale che Dehors Audela racconta sulla base della loro esperienza di artisti performativi degli anni Duemiladieci. Il mezzo tecnico è semplice ma d'effetto, le proiezioni curate da Salvatore Insana che si interfacciano come un corpo fisico con la presenza scenica di Elisa Turco Liveri, impegnata in coreografie e semplici evocativi movimenti. L'apparato scenografico è scarno, risaltano i colori -un vestito blu e un palloncino rosso - ma la scena è contornata da una cornice che separa palco e pubblico attraverso un telo di tulle. Tessuto delicato ma infrangibile, dà l'effetto di trovarsi di fronte ad una foto composta ad arte o ad una raffinata citazione pittorica in tragico movimento.
GIULIO BELLOTTO | Giuria

 

 

Rumori sinistri, disegno luci dai toni bassi, scenografia simbolica e uno spazio circoscritto, rendono la performance Perfetto indefinito della compagnia Dehors/Audela, un racconto familiare e al contempo alieno.

È la storia di un'artista ai più sconosciuta ma, forse, è la storia di ognuno di noi.

Claude Cahun, scrittrice, fotografa, attrice, omosessuale ed ebrea, perseguitata e aggredita, scampata alla morte più volte, appare e scompare sul palco grazie alla proiezione delle sue fotografie, agli stralci dei suoi testi e, soprattutto, all'interpretazione di Elisa Turco Liveri.

Sì è, senza dubbio, alla ricerca di una propria identità, di un proprio spazio nel mondo, si ha il bisogno di difendersi ma, inevitabilmente, anche di lasciarsi andare. Una ricerca che cita riferimenti pittorici e storici, drammaturgicamente in fieri che, sicuramente, continueremo a osservare, anche perché: "il solo incontro fondamentale si è prodotto prima della realtà".

MIRIAM LAROCCA | Giuria

 

 

Dissotterrare ossa dimenticate è quello che hanno tentato Elisa Turco Livieri e Salvatore Insana con la performance Perfetto indefinito: primo esperimento di una ricerca svolta sull'artista surrealista Claude Cahun, emblematico esempio di costruzione e perdita continua dell'identità. Su un palcoscenico quasi vuoto ma invaso di riferimenti artistici si snoda una danza al ritmo di dissonanze disturbanti che vede la protagonista confrontarsi sempre con un alter ego digitale. Tutto avviene dietro a un tulle sul quale vengono proiettate forme "aliene", citazioni e ritratti di Cahun che, senza soluzione di continuità, si compongono e scompongono. La Turco Liveri agisce quasi in trans, senza mai avvicinarsi a noi, rapiti o sconcertati, dall'estetizzante suggestione dell'immagine su cui questo lavoro fa forza.

SILVIA MAURI | Giuria

 

 

Nella dicitura teatro contemporaneo possono essere contenute le più diverse forme. Perchè rinunciare a qualcuna, quando è possibile affastellarle, perchè scegliere una sola linea di interpretazione quando tutte possono avere cittadinanza. Perfetto indefinito non potrebbe avere titolo più calzante. Gli scritti di Claude Cahun, surrealista, ebrea, omosessuale, aliena a tutte le maggioranze - e che per questo usava il suo corpo per mettere in crisi qualsiasi categoria – non sono che il seme di un lavoro che sfida il pubblico. Che offre, nel corpo di Elisa Turco Liveri e nei video di Salvatore Insana delle macchie di Roschach nelle quali ciascuno è chiamato a riconoscere ciò che la sua individualità gli suggerisce.

CHIARA PALUMBO | Giuria

 

 

Un monologo intenso, una messa a nudo di una esistenza aliena, quella di Claude Cahun, artista surrealista omosessuale ed ebrea nell'Europa dei regimi totalitari. Disegnando atmosfere da thriller psicologico, Salvatore Insana e Elisa Turco Liveri riscoprono nel pensiero di Claude Cahun i dubbi e la crisi di identità di una generazione: quella dei 30/40enni di oggi. Attraverso una drammaturgia raffinata in cui la voce dell'attrice interagisce con altri tre grandi protagonisti, la luce, il video, il suono, la compagnia romana disegni i contorni di una storia originale ma destinata tragicamente a ripetersi. L'integrazione degli "alieni" è ancora lontana mentre l'orizzonte di una Europa "totalitaria" è vicino. Preziose e ricercate le citazioni di classici della storia dell'arte: Giuditta ed Oloferne, San Giovanni Battista di Leonardo da Vinci, la Venere con gli stracci di Pistoletto.

LAURA TIMPANARO | Giuria

 

regia Stefano Filippi
con Alice Casarosa, Greta Cassanelli, Carolina Cavallo, Valentina Grigò, Ilaria Orselli, Irene Rametta
costumi Fondazione Cerratelli
canzoni originali Valentina Grigò

 

Negli anni Settanta ci si caricava uno zaino in spalla e si usciva a vedere il mondo. Quella che era una tradizione di elite si era trasformata nella pratica diffusa di una gioventù chiamata a cambiare il tessuto culturale. Nasceva l'interrail: un passaporto – se non ancora per il mondo – per l'Europa. Ed è da questo (il viaggio, la conoscenza) che parte il primo lavoro in concorso, fin dal titolo Interrail. una composizione nutrita di allegorie, citazioni e stereotipie, e snodata sul filo dell'ironia attraverso un continuo cambio di registri e una falsariga marcatamente musicale. Pippi Calzelunghe, i Beatles, gli Abba, Klimt, Poirot, Edith Piaf, Picasso, Paco de Lucia, Ibsen e Kurt Weil ci portano in quella giostra felix e infelix da cui il nostro continente ha osservato il globo nella prospettiva eurocentrica messa in discussione dal mutamento identitario in atto.

SONIA ANTINORI | Presidente di giuria

 

 

 

Si dice che l'importante è il viaggio, non la mèta. Eppure anche il mezzo ci può dire molto: se il topòs di viaggio nordamericano è on the road, la vecchia Europa è meno meccanica e più romantica. Lei viaggia in treno.
Nello spettacolo in concorso a Crashtest Festival 2017 (già vincitore di Cantiere Futuro 2016) FrequenzeAlfa Teatro, compagnia pisana che propone la sua arte come ponte tra stati di coscienza, intercetta scaglie d'identità europea in viaggio sui binari. Sei donne - ma tra di loro si chiamano "ragazze" - parlano lingue diverse e vengono da paesi diversi. Si incontrano in treno, nei vagoni di un Interrail in partenza dall'Italia; ovviamente, in ritardo. Ci scusiamo per il disagio. O forse no visto che nell'attesa, senza l'utilizzo di scenografie ma in un vorticare di oggetti scenici dall'utilizzo attentamente calibrato, prende vita un caleidoscopio di immagini e canzoni. Ne risulta una commedia musicale in frammenti, nata da un pretesto narrativo originale ma priva di una solida trama almeno quanto la liquida vecchia Europa manca di una reale unità. I quadri di susseguono come i paesaggi si inseguono fuori dal finestrino del vagone, spesso con notevole scioltezza talvolta con qualche asperità ma sempre rivelando la bravura delle attrici, versatili interpreti in scena e nel canto. Il ritmo è serrato, segue il familiare tu-tum del treno; a volte lo spettatore/viaggiatore si adagia su questa struttura ed il viaggio si fa più sonnolento. Ma lo stridore dei freni in stazione lo ridesta. Eccoci di nuovo nel Belpaese per un ultimo, spietato, quadro su vizi e virtù nostrane; il sopralerighe che ci ha accompagnato fin qua diventa ironia e grottesco e il divertito intrattenimento a cui abbiamo assistito acquista infine l'affilato valore etico politico di cui l'Europa ha disperatamente bisogno.

GIULIO BELLOTTO | Giuria

 

 

Interrail: un biglietto, grazie!

Calati in un'atmosfera almodovariana, osserviamo sei amiche in partenza, colorate, chiassose, ognuna con la propria valigia, la propria suoneria del telefono e, soprattutto, la propria personalità… apprendere dalla voce in stazione che il loro treno registra un preoccupante ritardo!

Le sei donne però, al posto di ritrovarsi sull'orlo di una crisi di nervi, reagiscono intraprendendo un viaggio ideale. Inizia così un percorso fatto di canti e suoni, di gesti e accenni di danza, di momenti comici e riflessioni sulla storia e le origini dell'Europa.

Le capacità attoriali e canore delle interpreti e lo svizzero meccanismo che guida i loro movimenti sul palco (e dietro di esso), permettono il realizzarsi di uno spettacolo fluido, ironico e dal ritmo ben calibrato, "in grado di sottolineare il valore della diversità e la ricchezza delle culture differenti". 

Passando da Zeus all'Impero romano, dai Barbari alla primavera del Rinascimento, osservando fantasiosi ghigliottinamenti e quadri che prendono vita, sfilano davanti ai nostri occhi la Principessa Sissi e Freud, Mozart e Majakovskj, la Marianne e Hitler, la Regina d'Inghilterra, i Beatles e Rolling Stones, Edith Piaf ma anche le Spice Girls e quanto di più pop possiamo immaginare.

Oltre al commovente tributo ai grandi della Spagna, non viene lesinato nemmeno un sapiente accenno ai Balcani, alla Finlandia la Grande Madre Russia.

Sui binari della fantasia, l'Interrail prosegue mostrando, infine, una grottesca sfilata nel Belpaese: Tangentopoli, la strage di Capaci, la Terra dei fuochi, i furbetti del quartierino e il BungaBunga, il tutto condito da un linguaggio politicamente scorretto a sottolineare i soliti cliché sul razzismo.

Puntare il dito solo sulle cose negative del nostro Paese potrebbe far riflettere o anche infastidire ma il silenzioso e potente gesto finale che,  letteralmente pianta con forza i migliori esempi della nostra cultura su un terreno che, si spera resti fertile, sembra infine, consegnarci la speranza e la voglia di continuare questo viaggio

MIRIAM LAROCCA | Giuria

 

 

Smaccatamente sopra le righe le sei protagoniste dello spettacolo/concerto Interrail di FrequenzeAlfa Teatro ci portano in un viaggio che, attraversando le acque del Danubio, si dirama nei suoi "affluenti" raggiungendo tutti gli altri paesi europei di cui si inscenano i culti più o meno folcloristici ma anche più o meno pop. Dietro a questo vorticoso racconto tutto giocato sul ritmo incalzante vi è una ricerca sulle origini e l'evoluzione di una Europa ora in fase di disgregazione; scendere a fondo nella storia dei popoli è significato, per la compagnia, toccarne le ossa.

SILVIA MAURI | Giuria

 

 

I trentenni di oggi sono la generazione che ha smesso di sentirsi figlia di un luogo solo per scoprirsi figlia del mondo, in cui i confini si sfumano e coloro che erano alieni agli altri possono incontrarsi anche senza parlare la stessa lingua. Ad esempio su un treno interrail, che seguendo le vie d'acqua si affaccia sull'Europa dal finestrino, e mette nello zaino i suoni di ciò che incontra. Ne nasce lo spettacolo concerto di sei valide attrici della compagnia pisana Frequenze Alfa, che corrono sulle rotaie tra i canti di quarti di tono georgiani, il catalogo delle donne di Mozart, la Disney e le hit degli ABBA. Al regista Stefano Filippi il compito di ricucire la trama di un viaggio nello spazio e nel tempo, che in un vorticare di complessi ed evocativi cambi d'abito lascia spazio all'ironia e al grottesco per far sfilare i vizi nostrani e le virtù del Vecchio Continente, strizzando l'occhio al musical e lasciando scegliere al viaggiatore quale delle numerose suggestioni portare con sé.

CHIARA PALUMBO | Giuria

 

 

Cos'è il teatro se non un viaggio? Un percorso intimo, emotivo, introspettivo che può diventare sociale e persino politico. Da questa premessa FrequenzeAlfa Teatro ha sviluppato uno spettacolo/concerto sottoforma di viaggio in treno, un interrail lungo il vecchio continente. Sul palco sei attrici/cantanti tracciano i contorni di un'Europa variegata, ricca di storia, cultura, tradizioni popolari, linguistiche e musicali ma altrettanto dotata di criticità.
Un gioco vivace, colto e allegro ma con un epilogo amaro e per nulla scontato. Dalla storia d'Europa ai fenomeni trash degli anni 2000, dal catalogo di Don Giovanni alle hit degli Abba o dei Rolling Stones, dalle casalinghe del sud Italia alle giovani donne europee che suggellano viaggi con un selfie di rito, il viaggio lungo i sentieri europei non conosce soste, solo derive pericolose verso l'ignoranza e il razzismo. L'approdo è segnato da un affresco italico di storia contemporanea ironico e amarissimo: una grottesca sfilata di moda in cui compaiono la mafia, le logge massoniche, i rifiuti tossici di Scampia, le tangenti, il rubygate.

LAURA TIMPANARO | Giuria

 

 

Alieni. Orgogliosa di presenziare la giuria di un Premio intitolato a questo. Qui e ora. Il nostro Paese pulsa intolleranza. Nelle sue vene scorre una chimica che la mia generazione aveva creduto debellata (eravamo, siamo i figli dei figli della guerra, di due guerre). Oggi di giorno in giorno e a velocità impressionante la difesa della propria identità passa attraverso l'esclusione dell'altro, la sua messa al bando. Ma chi sono gli alieni, si chiede qui, al Crashtest Festival? Che equivale a dire: qual è il mio orizzonte? E quindi in altre parole: chi sono io?

 

Componente della giuria critica del festival Direction Under 30 2016 del Teatro Sociale di Gualtieri.

Social Media Strategies for Dramma Review al Festival Internazionale del Teatro (Venezia, 43ª edizione).

Assistente ufficio stampa per il Teatro Out Off - Stabile di Innovazione. Collaboratrice freelance di Krapp's Last Post,  Lifetelevision.it e L'alba periodico.

Si forma con Andrea Porcheddu, Anna Perez Pages e segue numerosi workshop di critica teatrale.